Shining-#57

Critica


Marco Izzolino

Una mostra personale UNDRESSED, presentata nel 2012 al Complesso del Vittoriano in Roma, è stata per Sannino un punto di arrivo, ma, nello stesso tempo anche un punto di partenza, che ha dato avvio ad una nuova fase di sperimentazione artistica.

Il primo passo di questa nuova fase di ricerca è stato piccolo ma sostanziale. I lavori creati successivamente alla mostra di Roma avevano non a caso lo stesso titolo (Undressed). I nuovi dipinti non ritraevano infatti nuovi soggetti, perché Sannino non ha smesso di rivolgere il proprio sguardo verso le prospettive urbane (in modo particolare quelle delle strade newyorkesi), ma erano realizzati con una variante nella tecnica. I suoi “urbanscapes” infatti non erano più dipinti ad olio direttamente sulla tela, ma sulla carta applicata sulla tela.

Sannino ci tiene a descrivere con precisione il tipo di carta da lui scelto per i suoi dipinti: si tratta della Fabriano 300 gr. È importante raccontarlo perché la grammatura e la qualità della carta sono componenti importanti per giungere all’effetto finale del lavoro. Questa carta è infatti incollata ed applicata sulla tela, poi preparata a ricevere la pittura, con un procedimento lungo e laborioso che è parte integrante del processo pittorico. L’approccio alla pittura di Sannino, piuttosto che essere funzionale ad una definizione del genere artistico, infatti, tra l’astratto e il figurativo, è da ricercarsi nel processo stesso del fare pittorico.

La costruzione dell’immagine è determinata dalla risposta che il supporto genera in seguito all’applicazione del colore; è come una sorta di dialogo che Sannino intraprende con la superficie. La carta intelata non è più semplicemente un supporto inerte che riceve il colore e sul quale si fissa l’idea dell’artista, ma restituisce a sua volta uno stimolo a compiere il gesto successivo. La carta offre a Sannino la possibilità di ottenere quelle che lui definisce “frammentazioni” o “rotture” del disegno, che precedono la costruzione dell’immagine riconoscibile, per poter poi giungere ad una visione della realtà del tutto personale e nuova.

Osservando l’artista al lavoro, il risultato della frammentazione è evidente già dai primi gesti: la struttura del dipinto appare disomogenea, frammentata, disegnata e poi distrutta; e l’immagine finale diviene a poco a poco sempre più riconoscibile in seguito ad un insieme di tratti eseguiti con pennelli, spatole o con le dita stesse, consumati in poche ore sulla carta che assorbe tutta la parte grassa (l’olio) contenuta nel colore, lasciando sulla superficie soltanto il pigmento. «Questo mi dà» afferma Sannino «la possibilità di ritoccare la maggior parte dell’opera apparentemente ancora fresca con dell’altro colore, senza avere l’inconveniente che i colori si mescolino tra loro».

Questo processo di costruzione dell’immagine chiarisce e conferma la scelta dell’artista del suo soggetto da ritrarre. Se in precedenza la scelta dei paesaggi urbani era funzionale all’immagine della realtà che Sannino intendeva porre in evidenza, nel nuovo ciclo la stessa scelta diviene funzionale al processo stesso di costruzione dell’immagine, che appartiene ora ad una vera e propria “realtà alternativa”. Se con la prima fase di UNDRESSED, Sannino aveva rivolto la sua attenzione verso quei luoghi nei quali la natura si scontra costantemente col gli elementi artificiali – dove l’atmosfera inquinata, il vento denso di fumi artificiali e le grandi superfici piane ricoperte di bitume divenivano materia da ritrarre e riprodurre alla vista e al tatto – in questa nuova fase di UNDRESSED il paesaggio urbano diviene un agglomerato di linee e di prospettive, che l’artista può continuamente aggiungere e sottrarre con questa nuova tecnica. L’immagine finale è così uno scorcio urbano che non rappresenta più un luogo reale, ma il suo doppio: effetto dell’artificio pittorico (una sorta di “filtro Sannino”) sull’artificio architettonico esercitato sulla natura. Il processo pittorico diviene così una sorta di “attiva meditazione”, espressione del rapporto tra realtà visibili e invisibili che l’artista mette insieme sulla superficie.

Nonostante Sannino abbia ritratto molte altre città – in particolare negli ultimi anni Napoli, Londra, Istanbul – la sua predilezione è sempre per New York, per Midtown Manhattan, perché con la sua predominanza di alti edifici geometrici, offre una tale ricchezza di elementi lineari, da essere una continua fonte di combinazione tra tratti netti ed interruzioni, tra aggiunta e sottrazione, tra il visto e il non visto… tra il finito e il non finito. Questa combinazione è la fonte della sua ispirazione.

Con questo rinnovato interesse rivolto ai paesaggi urbani, che ha determinato un nuovo obiettivo per la sua pittura, Sannino ha potuto poi compiere il passo successivo della sua ricerca, cioè un completo ribaltamento della propria tecnica: da un metodo pittorico per “via di porre” ad un metodo per “via di levare” (Leon Battista Alberti). L’artista ha infatti iniziato ad utilizzare un supporto completamente inedito per lui, un foglio di alluminio – assicurato da un telaio in legno che ne garantisce solidità ed eleganza – che viene preparato con passaggi di carta vetrata di grammatura via via differente per accogliere ed assorbire i pigmenti. Sull’alluminio il colore viene prima posto e poi rimosso, per trasformarsi da pigmento pieno in velatura di colore, mettendo in luce la brillantezza metallica del supporto. È nata così la nuova serie di lavori denominata SHINING, con l’obiettivo di esplorare in che modo la base di alluminio influenzi la pittura ad olio e viceversa: il processo di apposizione e sottrazione di pittura fa risaltare la natura e la lucentezza dell’alluminio integrandola con la luminosità della pittura ad olio su metallo.

Se la carta ha offerto a Sannino la possibilità di un dialogo con la superficie, restituendo al suo gesto una risposta ed uno stimolo in termini di assorbimento della componente oleosa del pigmento, trasformando così l’azione in reazione, con l’utilizzo dell’alluminio questa componente dialogica si è ampliata e completata, offrendo una risposta anche in termini di luce. La superficie restituisce al gesto dell’artista il colore amplificato di una componente luminosa cangiante. Ogni singolo tratto pittorico e l’opera tutta, grazie alla capacità riflessiva dell’alluminio, mutano a seconda della luce e del punto di vista dell’osservatore e la composizione, non più statica, assume un tono vibrante. Al sottile gioco tra aggiunta e sottrazione di linee e tratti pittorici intrapreso da Sannino con la “sua” superficie, si aggiunge la variabile del movimento dell’osservatore che interviene in questo gioco tra “finito e non finito” e lo tramuta in un “mai finito” o… “infinita mutazione”.

La stratificazione di materia e colore tipica dei dipinti precedenti di Sannino, che li rendeva godibili anche al tatto, ha lasciato il posto ad una superficie sottile e delicata, quasi trasparente. Il gesto dell’artista che prima si fissava nel corpo stesso della materia pittorica, quasi come se il dipinto fosse una scultura, un bassorilievo, adesso viene fissato in modo diverso nella nuova tenue superficie: il suo gesto si fissa in una “vetrificazione” determinata da uno strato coprente di resina epossidica, che dona un aspetto vitreo all’opera, spesso e brillante, ed anche profondità alla composizione.

Con Shining così sembra essersi compiuto il processo di “svestizione” del genere pittorico del paesaggio, iniziato con i primi Undressed – e a cui questo titolo sembra simbolicamente alludere – che ha portato Sannino alla concezione di “equivalente paesaggistico”, mutevole tanto quanto la realtà che a questo punto non rappresenta più ma a cui allude.

Vittorio Sgarbi

Che l’informale non abbia mai interrotto la sua contiguità con la figurazione è dimostrato oggi anche dalla serie di paesaggi di Antonio Sannino. La materia, la stesura pittorica sono inequivocabili e alludono al linguaggio informale. Ma in quei colori c’è la nostalgia della forma che ovunque ci appare come campo di fiori, paesaggio al tramonto, ombre sulle colline, fiordi increspati sul mare, in un irriducibile sentimento della natura. Non per caso Francesco Arcangeli chiamava i “suoi” informali ultimi naturalisti. Passato quasi mezzo secolo questa visione in Sannino non appare esaurita. Né dà prova, con stremata eleganza e con largo riconoscimento, Anselm Kiefer, e tra gli italiani Silvio La Casella. Può darsi che di queste esperienze Sannino abbia tenuto conto, ma è certo che il suo istinto è primario e che egli considera la sua esperienza originaria. Un colore puro, caldo, senza il tormento del dubbio. Estasi cromatiche, immersioni nel paesaggio sembrano essere una prerogativa di una ricerca non compromessa, guidata da un istinto della pittura. Felice il segno, felice il colore. E’ un’euforia di testa, razionale, che tiene lontano l’istinto. E’ liberta’ e ordine della visione, per sperimentare la resistenza dalla pittura che non è disponibile ad esaurirsi in un viaggio al termine della notte.

Barbara Genio

Spogliare la città di oggetti e di persone per ridare valore allo spazio urbano in tutta la sua luce avvolgente: ecco cosa Sannino ha voluto rappresentare nell’esposizione al complesso del Vittoriano di Roma. Che la natura abbia ceduto il passo a strade, vicoli, palazzi o ponti è solo una trasposizione di colori, materia ed artistica gestualità. Non a caso la magnifica presenza dell’acqua domina lo sguardo e riequilibra l’immaginaria frenesia cittadina. E’ pur vero che l’intenzione dell’artista, ben riuscita, non è la denuncia cruda ed allarmante, ma il tentativo di recuperare la bellezza e farla entrare di diritto nelle nostre vite. Le grandi dimensioni delle opere aiutano il percorso della mostra che accoglie lo spettatore e lo accompagna alla scoperta di pieni e vuoti incantati. Una visione di più ampio respiro fagocita forme di celebri architetture, come l’Empire State Building a New York, l’obelisco di Piazza del Popolo a Roma o il portale di Palazzo Carafa a Napoli, lasciando sempre visibile il tracciato delle principali arterie stradali, per superare il disagio individuale delle grandi metropoli ed appropriarsi del proprio spazio godendone la vivibilità. Nella trama pittorica di Sannino c’è la magia del tempo che attraversa l’arte. L’arte va dove vuole andare, ma se ne sente sempre la sua anima.

Alessandro Nicosia

Da anni il Complesso del Vittoriano s’impegna nella promozione dei talenti artistici del nostro Paese ed in questo filone si inserisce l’opera di Antonio Sannino. Gli scorci delle tre città scelte come soggetto: New York, Roma e Napoli, assurgono a metafore dell’esistenza in cui ognuno di noi è calato senza quasi rendersene conto. Tratti velocissimi, sprezzature guizzanti di colore, costruiscono paesaggi urbani privi della presenza dell’uomo, “UNDRESSED” appunto: denudati, nella loro universale quotidianità, spogliati dell’esistenza di auto, pedoni, oggetti, autobus, per assurgere ad una dimensione assoluta, globale, nella quale la struttura del quadro è scarnificata e diviene “essenziale” …E’ un arte solare e ombrosa allo stesso tempo intrisa a tratti dell’odore del mare, a tratti dell’odore della città è lo stesso artista ad esclamare “dipingo ciò che respiro, parto da una visione onirica dell’elemento della natura che vorrei rappresentare, il colore mi viene suggerito da un emozione visiva”. Un ostinato e costante sentimento della natura pervade ogni tela. Lo sguardo di Sannino accarezza l’aria, la terra, l’acqua, il fuoco ed il suo pennello estrapola gli elementi naturali sublimandoli in una visione sognata. Il pittore ama fissare porzioni di acque che accarezzano i sassi oppure sprofondano negli abissi, nei quali l’orizzonte è tutto interiore, quasi spirituale. Trasparenze che come scrive Sannino stesso, donano all’opera una percezione di purezza estremamente vitale, lasciando negli occhi dello spettatore uno specchio di vita incontaminata, quasi un omaggio alle radici mediterranee dell’artista partenopeo.